Raggia’s Blog


Prove tecniche di fascismo
11 Novembre 2009, 11:37 am
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Ieri mattina, alle 5 e un quarto, una quindicina di bodyguard in assetto «teste di cuoio» (divisa nera, passamontagna, piedi di porco e maxitorce bi-uso in mano) sono penetrati all’interno dello stabilimento romano, sulla via Tiburtina. All’interno dormivano una ventina di lavoratori che presidiano da giorni – qui come in tutta Italia – gli impianti del gruppo. Un’irruzione pianificata in modo militare, da due ingressi contemporaneamente, con compiti prefissati per ognuno degli uomini all’assalto, supportati da un furgone Ducato attrezzato in stile «swat» (tipo Ocean Eleven…).
Al grido di «carabinieri, tutti fuori» hanno aggredito i dipendenti che dormivano, puntando loro le torce in faccia. Il primo ad essere fermato, però. era un cameraman della Rai – al lavoro per un’inchiesta – rimasto in fabbrica la sera prima causa l’ora tarda. «Chi cazzo sei, perché stai qua dentro, dammi i documenti». La possibilità di uno sgombero era stata ovviamente valutata dai lavoratori, e non prevedeva resistenza. Consegnato il documento, però, è aperti davvero gli occhi, diventava chiaro che l’alto energumeno alla testa del «commando» non indossava nessun simbolo delle forze dell’ordine. Controrichiesta: «lei non è un carabiniere, mi faccia vedere il tesserino». Che non esce fuori. Anzi, i dipendenti tirati fuori dalle varie stanze riconoscono il «capo» e la tensione sale. Urla, spintoni. Il cameraman chiama la polizia, accende la telecamera e comincia a girare. Gli aggressori si fanno più cauti, pur se sempre minacciosi. Costringono i lavoratori a restare nell’atrio, senza potersi muovere nemmeno per andare in bagno. Il più esaltato e sprezzante di tutti è sempre Landi, che ordina ai suoi spetznaz di raggiungere le «postazioni prestabilite». Poi si sentono rumori di porte sfondate e scrivanie forzate, come se stessero cercando documenti.
La polizia arriva nell’arco di 40 minuti dall’inizio dell’irruzione. E non fatica a capire cosa è accaduto. I 15 mercenari vengono identificati e trattenuti in una stanza, mentre Landi viene portato in questura. A quel punto le «teste di cuoio» – tranne due o tre che più tardi si rifiuteranno di abbandonare gli uffici – appaiono per quel che sono: ragazzi, quasi tutti, a parte gli «anziani» che manifestamente condividono col «capo» trascorsi comuni tra i paracadutisti. Lavorano per il Barani Group, specializzato in sorveglianza privata. Davanti ai poliziotti veri si qualificano come «addetti al portierato».
La Fiom convoca una conferenza stampa dai toni durissimi. «Avevamo presentato un esposto alla procura di Milano» per chiedere verifiche sul gruppo Agile-Omega, che avrebbe acquisito l’ex Eutelia. Da settimane chiedono al governo un tavolo per discuetere non solo della condizione dei dipendenti (da tre mesi senza stipendio), ma anche della pericolossima deriva di una società che gestisce servizi informatici vitali per lo stato (ministeri chiave come gli interni, la difesa, Banca d’Italia, ecc). Denunciano le intimidazioni mafiose a un sindacalista di Catanzaro (sede di un altro stabilimento). Gianni Rinaldini fa notare che non è il primo episodio del genere (un precedente ad Ascoli Piceno, addirittura con i cani); «non vorrei fossimo di fronte ai primi segnali di uso di strumenti impropri e inaccettabili, che mettono a rischio la democrazia in questo paese». Rievoca persino la Pinkerton, antesignana della polizia privata antisindacale negli Usa.
Sembra evidente, nella tempistica, un legame diretto tra l’esposto al tribunale e l’irruzione nella sede romana. Passato il primo momento, in cui i lavoratori hanno pensato che gli aggressori stessero facendo danni per poi incolpare loro, è apparso chiaro che stavano invece cercando di recuperare qualcosa di molto importante. La stanza blindata in cui sono custoditi i server strategici delle attività più delicate (quelle per lo stato, da cui dipende l’80% del fatturato), non è stata però toccata. Cosa cercavano i più maturi tra gli squadristi a cottimo? L’ipotesi che puntassero soltanto a buttar fuori quanche dipendente e «reimpossessarsi» dell’impianto, a sentir tutti, non sta in piedi. Da quando questo gruppo fantasma ha preso in mano l’azienda, infatti, di tutto si è occupato tranne che di farla funzionare. Anzi, ha perseguito con tenacia l’obiettivo esattamente opposto.

 

il manifesto



Percosse e maltrattamenti a centinaia di degenti. sette anni di carcere per Don Luberto

Don Luberto fu arrestato con l’accusa di aver sottratto ingenti somme di denaro dall’Istituto. Percosse e maltrattamenti a centinaia di degenti.

Sette anni di reclusione: è questa la condanna inflitta dal gup del Tribunale di Paola all’ex sacerdote don Alfredo Luberto, il responsabile dell’Istituto Papa Giovanni di Serra D’Aiello, passato alle cronache come “la clinica degli orrori”. Il pm, Eugenio Facciolla, ne aveva chiesto la condanna a sei anni e mezzo. I reati: associazione per delinquere, appropriazione indebita, truffa, riciclaggio, furto e abbandono di minori o incapaci. In totale sono scomparsi decine di milioni di euro.

Mentre i ricoverati nella clinica – di proprietà della curia arcivescovile di Cosenza – vivevano nell’indigenza e in certi periodi, persino con la scabbia, il prete che la gestiva viveva nel lusso. Per fare l’inventario dei beni ritrovati nell’appartamento di don Luberto, i finanzieri impiegarono dodici ore: disegni di De Chirico, ori e argenti, collezioni rare di mobili ed orologi, un leggìo scultura di Giacomo Manzù, e persino una sauna e una palestra in mansarda.

Luberto, sospeso a divinis, non era certo da solo a gestire il grande business che ruotava attorno alla clinica Papa Giovanni XXIII, che era anche un grande bacino elettorale che contava fino a 900 pazienti residenti nell’istituto e fino a duemila dipendenti. Tanto che era nota come la Fiat di Serra d’Aiello. Il gup ha infatti condannato anche l’ex direttore sanitario della struttura, Mario Carpino, a 4 mesi. Stessa pena è stata inflitta a Aurora Morelli e Bernardino De Simone. Un quinto imputato, Renato Cocunato, è stato condannato ad un anno, mentre altri due hanno patteggiato la pena: Giorgio Bianchi (2 anni) e Michelangelo Leo (un anno e quattro mesi).

Ma la parte più pesante della storia della clinica non è ancora entrata nelle aule di giustizia. Da settembre 2008 la Procura di Paola ha infatti aperto un’altra inchiesta per decine di pazienti scomparsi, un centinaio di casi di lesione aggravata e quindici presunti omicidi. Tra le persone di cui si sono misteriosamente perse le tracce, Domenico Pio, un ragazzo che aveva problemi di deambulazione. Sono anni che la sua famiglia chiede verità. Non ha neanche una tomba su cui piangerlo. “Dalla clinica di proprietà della Curia non abbiamo neanche mai ricevuto una telefonata – racconta il fratello – per comunicarci la scomparsa”.

Sono tante le testimonianze di parenti di ricoverati che hanno raccontato di maltrattamenti subìti nella clinica. Come nel caso di una signora che finì nell’ospedale di Cosenza con fratture multiple. L’istituto era un posto dove venivano ricoverati per anni e anni invalidi, giovani, anziani, gente con problemi psichici, portati lì da tutta Italia. Al momento della chiusura, a marzo, contava 550 dipendenti. Tutti avanzano anni e anni di stipendi e molti ora sono alla ricerca di lavoro, in una terra che lavoro non dà. Un’altra tragedia nella tragedia.

6 novembre 2009 Repubblica.it (notizia sparita dal sito)